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Bimota

Bimota, il marchio italiano più "racing".

La Bimota è una casa motociclistica di Rimini attiva fin dal 1966 e inizialmente operante nel settore del riscaldamento. Il nome Bimota non è altro che l'acronimo dei cognomi dei tre soci fondatori, ovvero Valerio Bianchi, Giuseppe Morri e Massimo Tamburini. L'ingresso nel mondo motociclistico avvenne durante gli anni Settanta, quando Massimo Tamburini iniziò a modificare delle motociclette, sia da corsa che di serie, onde renderle più prestazionali. Le straordinarie capacità tecniche dimostrate dall'azienda non passarono inosservate e ben presto le più prestigiose aziende motociclistiche impegnate nelle competizioni si interessarono alla Bimota, che iniziò delle importanti collaborazioni con Honda, Suzuki, Yamaha e successivamente Ducati, dando vita a veri e propri capolavori tecnici, che portarono la società italiana a dedicarsi al 100% alle corse. La denominazione dei modelli segue una precisa regola: la prima lettera porta il nome del costruttore della moto, la seconda porta l'iniziale della casa riminese e l'unica cifra contiene il numero progressivo del modello. Le sperimentazioni portate avanti dalla Bimota furono messe in commercio sia come kit per incrementare le prestazioni di altre moto che come modelli assemblati direttamente dall'azienda, i quali riscossero un successo al di là delle aspettative. Uno di questi fu l'HB1, derivato dalla Honda CB 750, la quale conservò il proprio performante motore e fu interamente modificata, a partire dal telaio, il quale abbassava il baricentro della moto e, contemporaneamente, ne alleggeriva il peso, consentendo performance di gran lunga superiori.

Dagli anni Ottanta ad oggi: successi e cadute.

Gli anni Ottanta furono fondamentali per la casa motociclistica romagnola, che riuscì a conquistare due titoli mondiali. Il decennio non si limitò a portare riscontri positivi esclusivamente dal punto di vista delle competizioni, ma proseguì con eccezionali risultati commerciali, conseguiti grazie all'uscita di modelli realizzati in collaborazione con i migliori costruttori dell'epoca. La prima crisi arrivò nel 1983 e fu dovuta all'abbandono di colui che più di tutti fornì idee innovative e vincenti, Massimo Tamburini, che cedette il posto a Federico Martino, il quale per circa un decennio si dimostrerà un autentico leader, superando pienamente le difficoltà dei primi tempi. Nel 1997 Bimota entrò sul mercato con la prima moto totalmente realizzata dalla compagnia, la Vdue, spinta da un motore da 500 centimetri cubici e derivata da un prototipo destinato alle competizioni, che però non fu mai terminato causa difficoltà economiche. La Vdue erogava 119 cavalli e fu prodotta fino al 2005. I riscontri sulle vendite furono talmente positivi da creare addirittura dei problemi di produzione, inevitabili per una moto destinata ad essere commercializzata in pochi esemplari. Nel 2001 la crisi di produzione provocata dalla Vdue causò il fallimento dell'azienda, che dovette sospendere le attività, ritornando in auge solo nel 2003 con l'arrivo di un nuovo proprietario, Roberto Comini, che debuttò con la DB5, grande successo dal punto di vista tecnico, replicato dalla DB7, che vide la luce quattro anni più tardi. Nel 2013 la Bimota passò nelle mani di Marco Chiancianesi e di Daniele Longoni, che spostarono in Svizzera la sede legale, mantenendo a Rimini la produzione.

I modelli attuali.

Attualmente Bimota è presente sul mercato con diversi modelli, accomunati dall'elevato valore tecnico. Per quanto concerne i mezzi stradali, la BB3 rappresenta la moto stradale più veloce di sempre prodotta dalla casa italiana, la quale si basa su un motore quadricilindrico da un litro in grado di sviluppare una potenza di 200 cavalli e di erogare una coppia massima di 112 Nm a 9.750 giri al minuto. Eccellente la ciclistica, basata su un telaio a traliccio composito, su un forcellone in alluminio formato da 5 componenti e su un sistema frenante realizzato in collaborazione con Brembo, il quale prevede un doppio disco da 320 millimetri di diametro all'anteriore e un disco da 220 millimetri al posteriore, entrambi dotati di pinze monoblocco. Chi esige prestazioni di livello sportivo sarà certamente rapito dalla DB9, realizzata in collaborazione con la Ducati. La "due ruote" è equipaggiata con un propulsore bicilindrico da 1,2 litri, il quale sviluppa 162 cavalli e una coppia di 128 Nm a 8.000 giri al minuto. Di grande livello la ciclistica, che conta su una forcella a steli rovesciati da 43 millimetri all'anteriore e su un mono ammortizzatore al posteriore. L'impianto frenante, marchiato Brembo, prevede un doppio disco da 320 millimetri di diametro con pinza a quattro pastiglie separate all'anteriore e un disco da 220 millimetri con doppio pistone al posteriore. Per gli appassionati di modelli "naked" è disponibile la Tesi 3D, munita di un avantreno progettato per far agire separatamente sterzo e sospensioni, consentendo un ingresso in curva più preciso. Il motore scelto per la Tesi 3D è un bicilindrico da 1078 centimetri cubici dalla potenza di 98 cavalli.